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	<title>Pantaleone, Autore presso FarsiForza.org</title>
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		<title>Cosa diventiamo quando abbiamo paura?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pantaleone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 13:11:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.farsiforza.org/2021/03/10/cosa-diventiamo-quando-abbiamo-paura/">Cosa diventiamo quando abbiamo paura?</a> proviene da <a href="https://www.farsiforza.org">FarsiForza.org</a>.</p>
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					<h2 class="entry-title">Cosa diventiamo quando abbiamo paura?</h2>
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				<div class="et_pb_text_inner"><h2>• Della paura abbiamo parlato anche in <a href="https://www.farsiforza.org/2020/12/15/le-paure-a-cui-non-puoi-rinunciare/" target="_blank" rel="noopener" title="Le paure a cui non puoi rinunciare">un altro articolo</a>, ma per arricchire ulteriormente la nostra prospettiva su questa forza antica, che molto spesso ci sovrasta, proviamo ad aggiungere qualche osservazione, stavolta partendo da una visione materiale e biologica. Poi vedremo come si può lavorarla attraverso le facoltà dello spirito •</h2></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Tutti sappiamo che l’essere umano è la forma di vita neurologicamente più complessa e strutturata del pianeta Terra (e immediati dintorni). Sappiamo anche che la sua complessità è il risultato di stratificazioni che si sono succedute lungo un percorso evolutivo di centinaia di migliaia di anni.</p>
<p>Al suo inizio, la vita era presente in organismi acquatici elementari. C’era poca biodiversità e nessuna intelligenza.<br />Col succedersi delle ere, le mutazioni negli individui hanno generato specie sempre più numerose e distanti fra loro per forma, dimensioni, capacità.<br />La comune origine degli esseri viventi, però, continua ad avere anche oggi una grande importanza e concreti effetti, perfino su di noi che ci siamo resi, in una certa misura, indipendenti dalla natura.<br />Il nostro corpo, cervello compreso, conserva parti &#8211; qualcuna atrofizzata, molte altre funzionali &#8211; che testimoniano il nostro retaggio di primati, di quadrupedi e, ancora più indietro, di anfibi (e, se vogliamo risalire all’estremo, di organismi cellulari basati su composti del carbonio).<br />Il cervello umano, in particolare, è una sorta di assemblaggio di diversi cervelli, via via più complessi ed evoluti man mano che partendo dall’encefalo e dal midollo spinale raggiungiamo la neocorteccia esterna.<br />Grossomodo, le funzioni più elementari, automatiche e “animali” sono svolte dagli strati cerebrali profondi. Viceversa, i prodotti raffinati della mente, come il pensiero complesso, l’espressione artistica e l’astrazione, si svolgono nelle zone corticali, le ultime arrivate in termini di evoluzione.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Gli stimoli dell’ambiente vengono recepiti ed elaborati, a seconda della loro tipologia, dagli opportuni settori del sistema nervoso centrale.<br />Se stiamo guardando un quadro, magari discutendone con un amico, sarà attivata soprattutto la corteccia, con i suoi numerosi dispositivi finalizzati all’attività intellettuale e comunicativa. Ma se improvvisamente, da un angolo della sala, provenisse uno scoppio e spuntassero delle fiamme, non staremmo certo a pensare, non controlleremmo nemmeno se siamo feriti: tempo una manciata di secondi e ci ritroveremmo a correre verso l’uscita.<br />In una situazione di pericolo immediato, e quindi di paura intensa, il controllo passa dalla corteccia al più elementare e veloce mesencefalo. Si agisce “d’istinto”, l’espressione dice già tutto.<br />Quando si sta vivendo un pericolo immediato e grave, l’importante è provvedere subito. In questo caso il pensiero, la valutazione, la ponderazione, diventano una pericolosa zavorra. Il mesencefalo non pensa, bensì riceve l’allarme e attiva la fuga, in tempi rapidissimi. Qui siamo nel campo delle emozioni pure ed elementari, a cui seguono risposte automatiche.<br />All’innescarsi di una forte paura, in altre parole, rinunciamo alle funzioni intellettive superiori. Viene infatti usata l’espressione “paura irrazionale”. Ma rinunciare alle funzioni intellettive superiori significa, in buona sostanza, rinunciare a una parte importante di noi. La nostra coscienza si spegne, il nostro raziocinio si ritira. Li ricontatteremo dopo, quando saremo al sicuro, lontano dalle fiamme e dal pericolo.<br />Un tempo questo meccanismo era totalmente affidabile, si attivava alla vista di un predatore, di un rivale, di una frana; svolgeva la sua funzione finalizzata all’autoconservazione dell’individuo, infine si disinnescava.<br />Oggi il mondo è infinitamente più complesso e individuare i pericoli non è così banale. Le minacce evidenti e dirette sono relativamente poche, ma in compenso sono numerose le minacce indirette, quelle potenziali, quelle a torto o a ragione immaginate&#8230;</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>La realtà in cui siamo immersi è in grado di accendere una grande varietà di paure, con le quali ci misuriamo regolarmente.<br />Vale la pena di chiedersi: il nostro povero mesencefalo è ancora all’altezza delle minacce che affliggono noi esseri supercivilizzati? Esse non hanno più la forma di un grosso felino o di una tempesta di fulmini, spesso anzi ci raggiungono in forma indiretta e immateriale: notizie trasmesse attraverso uno schermo. È ancora una buona scelta quella di “spegnere il cervello” quando qualcosa ci incute paura?<br />Stiamo vivendo un momento storico in cui la paura lancia il suo stordente richiamo quotidianamente, senza dare tregua. Non si tratta più di essere invasi dai pochi secondi di panico necessari a fuggire su un albero. Rinunciare ad essere pienamente se stessi con continuità, per così lungo tempo, può davvero essere meno pericoloso di una qualunque minaccia?</p>
<p>Combattere la paura è sempre stata considerata una virtù, e non solo per motivi utilitaristici. Certo, spesso il raziocinio ha consentito di adottare misure migliori di una rozza reazione istintiva, ma l’importanza di non perderci, di rimanere presenti e pienamente noi stessi non è secondaria, poiché questa è anche la condizione che ci assicura il confortevole contatto con il meglio di noi stessi, con la sfera spirituale, con l’”altra parte”, superiore alla materia e all’emotività.<br />Quando perdiamo noi stessi non siamo più in grado di vedere neppure ciò che ci spaventa, venendo definitivamente invasi dalla pura sensazione.<br />È facile capire che in una simile condizione di totale chiusura non saremo in grado di ricevere alcun aiuto.</p></div>
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				<span class="et_pb_image_wrap "><img decoding="async" width="674" height="450" src="https://www.farsiforza.org/wp-content/uploads/2021/03/Mani.jpg" alt="" title="Mani" srcset="https://www.farsiforza.org/wp-content/uploads/2021/03/Mani.jpg 674w, https://www.farsiforza.org/wp-content/uploads/2021/03/Mani-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" class="wp-image-8526" /></span>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Ma è possibile evitare questo offuscamento, questa regressione, quando un evento, una notizia, una oppressione dell’essere, un fiotto di oscurità interiore, stanno per accentrare in maniera “tossica” la nostra attenzione?<br />Sì, è possibile. Ci sono diversi modi per farlo. Tutti questi modi consistono nel modificare i nostri automatismi, nel governarli e riadattarli. Nell’inibire l’influenza del primitivo mesencefalo e rimanere pienamente in noi.<br />Non occorre sapere di neurologia o di fisiologia per controllare la paura, è molto più importante, anzi, essenziale, conoscere se stessi, e successivamente esercitare la propria volontà. Questo è ciò che fanno e hanno fatto innumerevoli esseri umani fin dai tempi più antichi, siano essi meditatori, praticanti di arti marziali, credenti raccolti in preghiera, e molti altri.<br />Dato che abbiamo degli esempi cui attingere, possiamo verificare che quanto abbiamo detto fin qui non è solo teoria e “laboratorio”.<br />Osserviamo come esempio il sincero credente. Non occorre si tratti di una figura sacerdotale o addirittura un santo o un martire (ma se si preferisce si può anche guardare a questi soggetti dalla vita più estrema). Cosa hanno tutti loro in comune? La pratica costante del raccoglimento e della preghiera. La preghiera, esercitata come normale attività quotidiana, finisce per diventare un vero e proprio addestramento. <br />Chi ricorre alla preghiera ne riceve conforto, sollievo, coraggio. Questo perché la preghiera è il rito che mettiamo in atto per rinnovare, ricordare, mantenere continuamente il contatto tra il terreno e l’oltre.<br />Se ricorriamo alla preghiera con costanza, dedicandole un posto fisso nelle nostre abitudini, sarà molto più immediato e spontaneo appoggiarci alla preghiera nei momenti di forte crisi. Ecco il passaggio cruciale: creare un nuovo automatismo, pazientemente costruito in noi giorno per giorno, grazie al quale conserviamo le nostre facoltà superiori, neutralizziamo l’istinto “animale”… in pratica, scavalchiamo il mesencefalo. <br />Come ci spiegano molte mistiche e molti mistici, “se l’anima è unita a Dio, tutte le azioni sono preghiera”. Per questo la preghiera può diventare un automatismo consapevole attraverso il quale possiamo mantenere non solo uno stato di presenza, ma anche la connessione con la parte più elevata, la parte sottile di noi.<br />La raffigurazione tipica del martire prossimo al supplizio, o che lo sta subendo, è in posa di preghiera, con le mani giunte e lo sguardo al cielo. È con questa attitudine maturata e consapevole che il martire vince la paura per ciò che di orribile gli sta per succedere.<br />Vincere la paura, è bene precisarlo, non significa farla sparire, smettere di provarla. Non avere paura è indice di un dissesto mentale, non di coraggio. Vincere la paura significa permetterle di svolgere la sua sana funzione di allarme, ma senza che dilaghi compromettendo la nostra salute mentale quotidiana.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Parlando della preghiera, Van Houtryve ci ha lasciato un’osservazione profonda, che può essere un’utile guida per chi cerca un modo di avvicinarsi alla sua pratica:</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_6  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><blockquote>
<p>“Per mantenere e fortificare l’equilibrio e la stabilità, bisogna che la vita interiore domini l’azione esteriore, che se ne impossessi e la animi.<br />Le vere ricchezze sono interiori e l’attività più intensa dell’anima nasce dal raccoglimento. Bisogna stabilirsi nella luce e nell’amore per essere forti e non perire”</p>
</blockquote></div>
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		<dc:creator><![CDATA[Pantaleone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Feb 2021 16:16:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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				<div class="et_pb_title_container">
					<h2 class="entry-title">E TU CHI PREGHI?</h2>
				</div>
				
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				<div class="et_pb_text_inner"><h2>• Quella della spiritualità è una dimensione &#8211; e un bisogno &#8211; che gli esseri umani avvertono dagli albori della Storia e in ogni angolo del mondo. Tuttavia, pur essendo una tensione universale, la spiritualità viene percepita, coltivata ed espressa in tanti modi diversi. •</h2></div>
			</div>
			</div>
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Ci sono parole-chiave diffuse in ogni lingua e in ogni cultura, come “preghiera”, “rito”, “meditazione” e così via, che corrispondono ad altrettante pratiche che tutti gli esseri umani conoscono. Ma queste pratiche, descritte da identiche parole, nel loro svolgimento sono molto diverse da luogo a luogo, da epoca a epoca.<br />Sappiamo, come principio, che ogni espressione della spiritualità è degna di rispetto. Però può sorgere una domanda: qual è il modo più <em>giusto</em> per manifestare, esplorare, accogliere la dimensione della spiritualità? <br />Per esempio, in alcune religioni si prega sgranando una collana, dall’altra parte del pianeta si mettono in rotazione dei rulli sacri, oppure si fa risuonare una campana di bronzo. Si recita, si canta, si danza, si sta in silenzio, si intonano delle sillabe particolari. Si accendono lumi, o incensi, o si bruciano dei foglietti&#8230;<br />Come mai, se lo scopo è lo stesso e universale, ci sono tutti questi modi, modi che neanche si somigliano fra loro, per raggiungerlo? E soprattutto, quale di questi modi è quello, diciamo così, <em>originale</em>, il più potente?<br />Per cercare una risposta, proviamo spostarci su un piano che in apparenza non c’entra nulla: quello del nostro cervello e del nostro sistema neurologico.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_9  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>Una delle preziose caratteristiche del cervello è la plasticità. Questo organo è in grado di modificare se stesso in base alle esigenze dettate dall’ambiente e dagli obiettivi che l’individuo si pone.<br />Il cervello si adatta, modificandosi fisicamente, attivando e disattivando connessioni elettriche e chimiche tra le sue parti, per parlare una specifica lingua, per muoversi in un territorio con certe caratteristiche, per rispondere agli stati emotivi e ai segnali provenienti dai sensi, e così via.<br />L’essere umano, già dai primi istanti della sua esistenza, eredita la cultura che lo circonda e con essa le istruzioni per interagire con l’ambiente e con la società a cui appartiene.<br />Il cervello nato nella foresta subtropicale è fisicamente diverso da quello nato tra i ghiacci perenni o nel deserto. Il cervello nato nel Salento è diverso da quello nato a Milano. Ognuno di essi è fatto su misura per rispondere a uno specifico ambiente. Il che significa che in quell’ambiente si troverà meglio che negli altri.<br />Se ci pensiamo: perché la prima lingua che si impara è detta “lingua madre”? Perché, trasferendoci in terre lontane, proviamo nostalgia per i luoghi dove siamo nati, perfino quelli generalmente descritti come duri e inospitali? Perché i piatti della nostra infanzia ci sembrano il cibo più buono del mondo? Perché il metropolitano convinto non riesce a dormire nel silenzio della campagna?<br />Queste sono manifestazioni di come ciascuno di noi è, nel profondo, modellato sulle sue origini, sulla sua identità geografica, sociale, culturale e spirituale. Ciò che ci dà maggiore appagamento, ciò che ci riesce meglio, ciò che funziona meglio per noi, è ciò di cui conserviamo una primitiva impronta.<br />Ecco allora che stiamo per trovare una importante congiunzione tra universale (cioè quello che vale per tutti) e particolare (cioè quello che vale per i singoli).</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_image et_pb_image_4 et_pb_image_sticky">
				
				
				
				
				<span class="et_pb_image_wrap "><img decoding="async" width="714" height="450" src="https://www.farsiforza.org/wp-content/uploads/2021/02/Rulli-di-preghiera.jpg" alt="" title="Rulli di preghiera" srcset="https://www.farsiforza.org/wp-content/uploads/2021/02/Rulli-di-preghiera.jpg 714w, https://www.farsiforza.org/wp-content/uploads/2021/02/Rulli-di-preghiera-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 714px) 100vw, 714px" class="wp-image-8505" /></span>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_10  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>Siamo tutti perfettamente in grado di riconoscere negli altri la nostra stessa natura di esseri umani, di creature viventi capaci di emozioni, di pensiero, di sentimenti, di percepire la dimensione soprannaturale come presenza e come bisogno.<br /> È anche vero che molto ci distanzia. Per generazioni abbiamo abitato in terre fredde o calde, verdeggianti o brulle, piane o scoscese. In spazi aperti, in isole. In piccoli centri, in labirintiche città. Non c’è solo questo ad influenzarci, ma già questo basta a modificare l’immaginario, le trame dei sogni, il tipo di pericoli che si corrono, i ritmi del quotidiano, la centralità delle stagioni, la storia, le memorie. E tutto questo modifica profondamente il modo in cui ci rapportiamo con il mondo immateriale, in cui immaginiamo l’invisibile o concepiamo l’idea di paradiso e di inferno. Cambiano le manifestazioni delle malattie, delle influenze negative, quindi le medicine e le pratiche dei guaritori, cambia il loro modo di richiamare e trasmettere le energie benefiche.<br /> Insomma, la nostra complessità di esseri viventi, estesa nel mondo fisico e in quello eterico, ha generato e sviluppato le varianti nei corpi, nei linguaggi, nei gesti, nei riti, nelle visioni.<br /> Non esiste una “classifica”, non esiste una tradizione più efficace o più autorevole di altre. La riprova ce l’abbiamo quando, attraverso le pratiche (ciascuno le sue) risaliamo al <em>Principio</em>, scoprendo che si tratta del medesimo per tutti. Esperienze extracorporee, stati meditativi profondi, estasi, ma anche il meno spettacolare (ugualmente prezioso, però!) conforto che deriva dalla semplice preghiera.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Allora, potremmo dirci, una pratica spirituale vale l’altra? I culti sono intercambiabili? Hanno su di noi lo stesso impatto? Per un occidentale recitare un mantra o una preghiera all’Angelo custode ha lo stesso effetto?<br />No. In realtà non è così, e non è così perché <em>noi</em> non siamo intercambiabili.<br />Che lo vogliamo o no, che lo riconosciamo o no, portiamo dentro di noi l’impronta del nostro territorio, dei nostri avi, delle nostre tradizioni, delle nostre divinità. Siamo fatti a loro immagine, ne abbiamo un’ancestrale conoscenza, siamo <em>adatti</em> ad essi, ed essi a noi.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Un rosario non è così diverso da un mantra, una veglia funebre resta tale sia che che venga servito del cibo o no. Si tratta di traduzioni, di linguaggi, di varianti delle medesime pratiche per le medesime finalità.<br /> Ma resta il fatto che il linguaggio simbolico che comprendiamo meglio e in cui meglio ci esprimiamo è il nostro, quello plasmato dai nostri antenati e nel quale siamo nati e cresciuti.<br /> In una parola, abbiamo delle predisposizioni.<br /> Queste predisposizioni ci impediscono forse di abbracciare altre religioni, di praticare lo yoga, di rendere omaggio agli Spiriti della Natura, di recitare proficuamente il <em>nam myoho renge kyo</em>? Certo che no; dobbiamo però esercitare uno sforzo in più, come per captare le note da una stazione radio fuori sintonia. Uno straniero resta tale anche nel Paese più accogliente.<br /> Un vantaggio che indubbiamente possiedono le forme della spiritualità che provengono da lontano è l’aura di ideale purezza, di sincerità incontaminata, di cui sembrano ammantate. Inoltre, gli individui che le adottano compiono necessariamente una scelta fuori dagli schemi e possono apparire più motivati e consapevoli della maggioranza che si attiene alla propria naturale eredità.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Il fatto è che molto spesso ignoriamo l’aspetto più profondo e nascosto della religione a cui, per cultura, apparteniamo. Questo dipende sia da noi che da come il sapere spirituale ci viene trasmesso. Tendiamo ad assuefarci a restare in superficie, e la superficie molto spesso ci viene a noia, come è giusto che sia quando in realtà siamo in cerca di aspetti più profondi.<br />La forza del cristianesimo è spesso offuscata dalla ripetitività con cui ci approcciamo ai rituali cattolici. E questo vale sia per i credenti che per i sacerdoti.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Quando vediamo che ciò che dovrebbe essere spirituale in realtà è solo apparenza, adesione alle convenzioni, ipocrisia perfino; quando una figura sacerdotale, di insegnamento e di guarigione spirituale si dimostra macchinalmente ripetitiva nell’esercizio delle sue funzioni, incapace di ascolto, o ci mette addirittura a disagio, noi dobbiamo tenere presente che sono solo i limiti umani che stiamo osservando e subendo. Possiamo anche stare certi che tali limiti sono diffusi quanto l’umanità, nello spazio e nel tempo.<br />Nelle memorie dei nobili imperiali cinesi leggiamo che i monaci buddisti, durante le veglie funebri di importanti cortigiani, sovente anziché recitare i sutra si appisolavano. Nessuno però si sognerebbe di dichiarare non validi la figura e i principi del Budda a causa dell’incuria di alcuni monaci.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Stabilire e mantenere un contatto con la nostra fede richiede volontà, energie, impegno, a prescindere dai gesti e dalle pratiche. Non sempre siamo in piena forma, a volte veniamo meno ai nostri intenti, e così accade anche agli altri, perfino ai “professionisti”.<br />Possiamo essere scoraggiati, in crisi, avere l’impressione di non trovare nelle immediate vicinanze ciò di cui abbiamo bisogno dal punto di vista spirituale.<br />In realtà uno dei percorsi più affascinanti e, come si dice oggi, “potenti”, consiste nello scavare in quello che già abbiamo e con cui abbiamo un rapporto molto più intenso e più forte di quello che immaginiamo. Questo non vuol dire che bisogna diventare degli integralisti cattolici, ma che se siamo nati in Occidente siamo, ad esempio, molto più avvantaggiati nella ricerca dell’entità cristica di chi è nato in Tanzania. Guardando al Maestro come se fosse la prima volta, potremmo scoprire all’improvviso una sorgente di Amore e di Sapienza che ci era rimasta nascosta per tanti anni, mentre cercavamo in mille modi di riattivare la nostra energia o di aprire il nostro cuore o la nostra coscienza superiore.<br />A volte il divino è scherzoso, in un certo qual modo, e ci impedisce di vedere quello che abbiamo sotto gli occhi. A volte la nostra irrequietezza ci trascina altrove, sempre da un’altra parte, proprio mentre non parliamo d’altro che di “cercare le radici”.<br />Vale la pena di fermarci per un istante e onorare le nostre origini sacre, i luoghi che ci appartengono e la tradizione in cui siamo nati.<br />Il Sacro, nelle nostre vite, ha iniziato a manifestarsi proprio in quel punto che tendiamo così facilmente a trascurare, quello della nostra nascita. Lo diamo per scontato, lo riteniamo di scarso interesse, ma abbiamo con esso un legame di reciproca appartenenza.<br />Una forza antica, fatta di rituali, di preghiere, di uomini e donne, di santi e di dei ci lega a sé; e ancora ci richiama con un canto che proprio noi, più di chiunque altro, abbiamo la potenzialità di intercettare e comprendere. Le vibrazioni di questo canto ci attraversano continuamente, siamo immersi in esse. <br />Chi si vuole mettere in ascolto?</p></div>
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