Raccontare l’orto: mora

LA MORA
Quando Satana fu espulso dal cielo cadde in un cespuglio di rovi. Fu cacciato l’undici di ottobre – il giorno di San Michele secondo l’antico calendario – e da allora ogni anno in quell’occasione risale da sottoterra per maledire i rovi. Per questo motivo dopo quella data il frutto non è più buono da consumare, diventa insapore e frollo, spesso ricoperto dalla sputacchina (sostanza che racchiude un insetto n.d.t.) e chi ne mangia non sarà deluso soltanto dal sapore, secondo la tradizione sarà anche sfortunato. Ma prima di quell’epoca le more sono il frutto più delizioso – e non certo meno buono perché gratuito. Come scrisse Whitman: “I festoni delle more adornerebbero le sale del paradiso”. E quelli degli Highlands lo chiamano il rovo benedetto e l’hanno considerato un rimedio sovrano contro molti mali, diavoli inclusi. In realtà sembra che fosse uno specifico contro le bruciature, e le ulcere in bocca, ed altre ferite. Tusser invita a seminarlo. Ai suoi giorni, quando le genti delimitavano i prati, aravano una larga striscia attorno al terreno che circondavano e lo piantavano con rovi, rose selvatiche, biancospini e noccioli. Il risultato era una siepe che non soltanto impediva al bestiame di uscire o entrare, ma provvedeva anche un ottimo foraggio in discreta quantità Noi ne fummo i beneficiati fino a quando i bulldozer abbatterono una grande quantità di siepi e oggi molti bambini sono privati della gioia di andare a more sul finire dell’estate.
LA COLTIVAZIONE
Propagatele per talea, polloni o margotte in un terreno ben drenato e in un luogo riparato. Potate d’inverno dopo che hanno fruttificato, e pacciamate generosamente.
GLI USI
Si preparano, con i frutti maturi, sciroppi e marmellate, con le foglie un infuso ricco di albumine vegetali, tannino, acido citrico e mallico, ottimo come astringente. Le foglie, secondo Dioscoride, si masticano per fortificare le gengive e per curare le ulcerazioni della bocca. Il Rubus Ulmifolius, spontaneo da noi, ha dato origine ad una varietà, priva di spine, l’Inermis coltivata per i frutti, e la varietà Belli diflorus con fiori doppi rosa acceso.
